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Organizzazioni

Tribunale Speciale per la Sierra Leone
Istituito dalle Nazioni Unite e dal governo della SL per accertare le violazioni dei diritti umani nel paese

Rapporto UNICEF
(28 maggio 2004)

UNAMSIL
United Nations Mission in Sierra Leone

Altrove (PDF 3,6 Mb)
Onlus italiana presente con vari progetti in SL
2 agosto 2004

L'obiettivo del viaggio e' quello di scoprire la realta' di un paese di cui nessuno parla: la Sierra Leone, un paese ricchissimo di materie prime ma che si trova all'ultimo posto nella classifica UNDP sullo sviluppo umano, un paese dove fino a qualche anno fa si e' combattuta una guerra atroce che ha lasciato dei segni indelebili sulla societa'. Ma la guerra e' finita e, al di fuori della popolazione della Sierra Leone, poche persone lo sanno.
Questo e' il diario di viaggio alla scoperta di un paese pieno di contraddizioni.
Tutto cio' che troverete scritto riflette unicamente le opinioni della sottoscritta e delle persone con cui ha chiacchierato amabilmente.

L'avventura e' iniziata alle 4.30 del mattino, carichi di bagagli di ogni tipo, in fila al check in, appoggiati al carrello e ammutoliti da un sonno impossibile da tenere a bada. L'attenzione viene catturata dal chiacchiericcio fitto dei compagni di viaggio ed io, non essendo in grado di rivolgere nemmeno la parola ai miei accompagnatori preferisco tendere l'orecchio.

Sento storie di anni di lontananza dal paese natale, il desiderio di poter riabbracciare i propri cari, il desiderio di respirare ancora quell'aria ricca di profumi dell'infanzia. Gia' sogno il momento in cui tocchero' il suolo della Sierra Leone. Sull'aereo le persone dirette a Freetown sono pochissime, la maggior parte e' diretta in Costa d'Avorio. Un uomo inizia a parlarmi, mi racconta di essere stato lontano dal suo paese per 19 anni: adesso, per la prima volta, torna a vedere cosa e' cambiato. E' molto teso, immagino che tornare per lui debba essere una emozione fortissima. Non sa cosa trovera', la guerra ha cambiato tutto...anche sua mamma e' rimasta uccisa nel conflitto. Guarda dal finestrino e smette di parlare. Siamo quasi arrivati.

Con un bagaglio in meno di quando siamo partiti, saliamo su un autobus arrugginito che ci portera' all'aliscafo. L'autobus percorre 10 metri di strada e non vuole piu' saperne di andare avanti. Saliamo su un altro e percorriamo il breve tratto di strada che ci conduce all'Oceano Atlantico. Un aliscafo ci portera' a Freetown. Dopo una boscaglia si apre davanti a noi uno spettacolo mozzafiato: un'acqua scurissima, una sabbia bianca avorio, barche di pescatori che vengono riportate a riva da un nugolo di ragazzini vocianti. Eccoci. Siamo arrivati. Siamo in Sierra Leone.

Che si tratti di un paese pieno di contraddizioni te ne accorgi subito arrivando all'aeroporto. Un campo militare e' stato allestito dall'UNAMSIL (la missione delle nazioni Unite in Sierra Leone) vicino alla pista di atterraggio.
A Freetown troviamo decine di jeep di ogni tipo e colore ad attendere i passeggeri che sono per la maggior parte rappresentanti delle agenzie internazionali, delle ONG, militari.

Nel tratto di strada che facciamo per arrivare all'alloggio siamo colpiti dal numero incredibile di persone e di auto per le strade. Tutte le persone si muovono freneticamente, c'e' chi vende cibo fatto in casa, pane, frutta e verdura, ci sono i baracchini di bibite e chewingum, frutta fresca, c'e' chi ti propone di cambiare i tuoi soldi al nero, chi di comprare una mappa stradale, chi ti allunga la mano e ti dice "chop chop", che piu' tardi scopriro' che vuol dire mangiare.

Freetown e' semplicemente immensa e congestionata. Centinaia di uomini, donne e bambini intasano le strade del centro come delle periferie, camminando frettolosamente, indaffaratissimi nella loro vita quotidiana. Macchine europee destinate alla pressa sfrecciano qui senza timore, Jeep immense tutte dotate di radiotrasmittente rombano sulle strade asfaltate: al volante quasi tutti occidentali ben vestiti, diretti frettolosamente verso le loro ville oppure verso i campi militari. Ci fermiamo a contare il numero di jeep delle NU e si rivela subito un'impresa impossibile. Tante, troppe.

Mi invade un senso di inadeguatezza e di stupore, forse anche un po' anche la paura di trovare un paese ancora non del tutto pacificato. Non ci metto molti giorni a capire che non e' cosi', la citta' e il paese sono invece finalmente in pace. Freetown e' una citta' tranquilla e i suoi abitanti gentili ed amichevoli. Andare a piedi per le strade della citta' si rivela divertente e assolutamente tranquillo, la gente ci guarda incuriosita e ci saluta. Alcuni si fermano a parlare, proviamo a capirci ma l'impresa non e' troppo semplice, sia per la pronuncia sia perche' molte persone parlano inglese misto a Krio. Ci sorridiamo e poi ridiamo assieme. Mi insegnano subito la stretta di mano locale, che sembra un po' quella senegalese ma semplificata. "how-dee boh-dee?", "how are you?" ti chiedono tutti. Sembra di essere in un paesino dove tutti si conoscono, invece siamo in una grande metropoli di tre milioni di abitanti dove i bianchi assieme alla elite sierraleonese sono tra gli unici ad essere privilegiati. La gente che incontriamo sembra non dare importanza alla cosa piu' di tanto, almeno quando vede persone come noi passeggiare a piedi e fermarsi a ricambiare i saluti.

Le ferite della guerra sono pero' ben lungi dall'essersi rimarginate. Scopriamo che quasi tutte le famiglie sono state colpite e hanno perso almeno un familiare. Tutti pero' ci tengono a dire che ora la Sierra Leone e' un paese tranquillo da girare tranquillamente. Ci dicono di comunicarlo a tutti, perche' qui il turismo e' ormai scomparso.

Le case bruciate e saccheggiate si vedono soprattutto in centro. Scopriamo che non tutte sono state bruciate dai ribelli o dall'esercito: molte anche da vicini di casa che, durante il caos seguito agli scontri, per invidia o altri motivi avevano deciso di regolare in maniera non proprio lecita le questioni di vicinato. Non si parla volentieri della guerra, si preferisce dimenticare. Qualcuno che ancora vuole sfogarsi parla di mesi passati in casa, senza cibo ne' acqua, con il terrore di venire uccisi o mutilati in qualsiasi momento. Anche se c'e' la volonta' di dimenticare, le case bruciate, il gran numero di persone mutilate o quelle con problemi psicologici, le nuove costruzioni del governo per i mutilati di guerra testimoniano la crudelta' della guerra. Sembra impossibile che sia successo tutto questo in un posto cosi' bello, con gente cosi' incredibilmente cordiale ed aperta.

Tutti quelli che sono arrivati qui dopo la guerra se lo chiedono. E' davvero inspiegabile, ma forse il tempo ci aiutera' a capire. La "Truth and Reconciliation Commission" ha finito di lavorare pochi mesi fa: e' stata una grande opportunita' per i sierraleonesi per parlare della guerra con lo scopo di creare le basi per una riconciliazione e guardare al futuro. Tramite interviste e meetings, la gente e' stata invitata a parlare delle storie vissute durante la guerra; anche i bambini hanno parlato della loro esperienza e l'hanno condivisa con altri. Per quanto riguarda i crimini di guerra e' stata invece creata, sulla base di un accordo delle UN con il Governo, una "Special Court " attraverso la quale si cerca di giudicare i criminali di guerra. Da giugno 13 persone sono state inserite nella lista dei criminali di guerra. In questo momento si stanno giudicando i ribelli del RUF; ad ottobre inizieranno i processi per le truppe governative. La volonta' e' quella di giudicare entrambe le parti, anche se non sara' un compito facile.

C'era qualcuno che diceva che parlando con i tassisti si scoprano tutte le novita' sulla citta' e sul paese: anche qui, la regola funziona. Ogni volta che salgo su un taxi interrogo il guidatore su come vanno le cose in Sierra Leone dopo la guerra, su che prospettive pensa ci saranno per il paese e su come vede il futuro. Tutti si lamentano della mancanza di lavoro, del fatto di essere costretti a fare i tassisti nonostante abbiano studiato oppure nutrano altri interessi, si lamentano del fatto che i posti pubblici sono intoccabili perche', dicono, la selezione avviene non sulla base del merito ma di conoscenze. Lo stipendio di un sierraleonese medio che lavora nel settore pubblico e' di 80.000 leoni al mese (circa 24 euro) e il riso necessario a sfamare una famiglia per un mese ne costa circa 73.000 (circa 22 euro). L'elettricita', chiamata NPA (National Power Authority) funziona solo saltuariamente. In dieci giorni ho potuto accendere la luce solo tre volte, il resto del tempo c'e' da arrangiarci con i generatori (noi che li abbiamo); il resto della citta' rimane al buio, con il cibo che va a male nei frigoriferi (chi ce li ha).

Ma la gente non se ne preoccupa come a noi sembrerebbe normale fare, troppo presa a combattere col trovare qualcosa da mangiare ogni giorno. Le strade sono poche e dissestate, soprattutto ora che e' la stagione delle piogge e in un giorno si riversa sulla terra una quantita' d'acqua paragonabile alla pioggia che cade a Roma in un anno. Ieri una parte della citta' era completamente allagata: ho saputo di ragazzi che si facevano pagare 1.000 leoni per trasportarti sulle spalle da una parte all'altra della strada allagata. Qui ognuno si arrangia come puo'.

Nonostante la Sierra Leone sia uno dei paesi piu' ricchi del mondo, con una quantita' incredibile di diamanti, un'agricoltura floridissima e un pesca ricchissima, e' in fondo alle classifiche del rapporto UNDP sullo sviluppo umano, anzi in questo momento e' proprio all'ultimo posto. Tutte le ricchezze sono in mano a compagnie straniere; anche la costruzione di infrastrutture e' appaltata a ditte straniere. La strada che conduce a Lakka e' appena stata costruita da un'impresa senegalese, l'Italia e' presente da trenta anni per la costruzione di una mega diga a Bumbuna, ancora non ultimata. Anche l'economia cittadina non e' in mano ai sierraleonesi: i negozi piu' belli, ricchi e forniti sono libanesi; idem per le discoteche, i ristoranti, persino gli internet cafe'. Uno dei migliori hotel di Freetown e' gestito da cinesi, così come vari ristoranti nella zona. Ai sierraleonesi spettano i piccoli commerci, guidare il taxi e fare i lavori pesanti; pochi fortunati hanno un posto pubblico.

La gente continua a morire di diarrea, malaria, colera e per l'assenza di adeguate strutture sanitarie. L'UNICEF ha determinato che in Sierra Leone un terzo dei bambini non arriva al quanto anno di eta'.
La Sierra Leone e' anche sprovvista di risorse umane. Durante la guerra tutti gli avvocati, i dottori, giudici sono scappati in Inghilterra e negli Stati Uniti dove hanno trovato facilmente lavoro. Pochi sono rientrati. Alcuni ex membri del governo sono tornati da poco in patria. Anche alcuni giudici, dopo aver studiato e fatto pratica in Inghilterra hanno deciso di tornare a cercare di risolvere i problemi in cui versa ora il paese. Inch'allah, penso io.


Art. del 14 agosto 2004